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Psicologia positiva

di Giuseppe Staffolani

Durante la mia attività professionale ho incontrato persone che mi hanno prospettato problemi di vario genere. Qualche volta mi sono trovato di fronte a casi per i quali ho potuto dare solo un lieve appoggio di sostegno. Altre volte ho fatto ricerche fra i maestri del pensiero per trovare le più adeguate risposte alla soluzione dei problemi e, dopo attenta analisi critica, le ho personalizzate ed applicate. Nei casi più gravi ho proposto anche una psicoterapia ricostruttiva della personalità, ma i risultati non sono stati soddisfacenti. 

Da queste esperienze posso dedurre che Psicologia e Psichiatria, di fronte a gravi disturbi che investono la personalità del soggetto, non sempre riescono a dare risposte esaurienti per una riabilitazione accettabile. Ciò è motivo di disagio per il malato che, per l'ennesima volta sente il peso della propria malattia e per lo specialista che deve riflettere sull'uso del protocollo adottato.

Il primo, in virtù del suo pensiero malato, si difende affermando che il suo problema (ammesso che lo riconosca) non può essere capito dagli altri, ma il secondo, consapevole della patologia del proprio cliente, non può fare altro che rivedere il protocollo adottato ma, una volta riconvalidato, è costretto ad ammettere che per certi disturbi, divenuti malattia per cause biologiche o per trascuratezza familiare, non rimane altro che il trattamento sanitario obbligatorio.

In questo modo la Psicologia lascia il cosiddetto “pazzo” a volte sedato altre volte no, nella propria casa di origine a sconvolgere l’equilibrio già scosso dei familiari. Bisogna riconoscere che siffatto modo di agire non fa bene né al soggetto malato né a coloro con i quali convive. Occorre, allora, ristabilire l’equilibrio interrotto ma questo processo di ristabilimento può essere solo di carattere psicologico ed educativo.

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