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Bullismo

PREMESSA. La Casa editrice D’Anna, in occasione dell’ottantesimo anniversario della sua fondazione, ha pensato di rendere un servizio al mondo della scuola, promuovendo un’indagine sul dilagante fenomeno del bullismo nelle scuole superiori italiane. I risultati di tale indagine, affidata al prof. Renato Mannheimer saranno resi noti durante l’incontro organizzato dalla Casa editrice il 17 novembre, a Firenze, presso la Biblioteca degli Uffizi. Ricevuto il comunicato sopra citato ho voluto dare anch’io un contributo al mondo della scuola e della psicoterapia con una mia precedente riflessione. Al termine della ricerca  verrà pubblicata un’ampia sintesi della ricerca Mannheimer, su questo stesso sito.

di Giuseppe Staffolani

Il bullismo è un atteggiamento d’arroganza e di spavalderia. Il termine deriva dal tedesco bhule che significa “amico intimo”, “amante-amato”, tradotto in italiano: bullo. Con il termine Ismo, si indica un movimento culturale, artistico e letterario dell’ultimo ottocento, considerato come espressione di un intellettualismo astratto o di una moda sterile e passeggera. Aggiunto l’ismo al bullo si conia la voce bullismo che assume diversi significati, soprattutto negativi: “Uomo specialmente giovane, che si comporta con arroganza, prepotenza, spavalderia. Fare il bullo significa “essere teppista”. A parte i cosiddetti bulletti di quartiere, considerati imitatori passivi di una moda sterile, il bullo, in genere, è un individuo sfrontato dai modi volgari che per amplificare l’arroganza e la presunzione di grandezza, indossa abiti pacchiani e vistosi, simboli di un effimero vuoto. interiore.

Io sono piccolo. E’ la frase di un bambino di seconda media che si rifiuta di andare a scuola in quanto i compagni lo prendono in giro perché, essendo piccolo, garbato e dolce, è considerato un gay e, come tale, è invitato a  fare determinate prestazioni che egli ritiene vergognose ed offensive. Il piccolo Marco (minuto anche fisicamente) non sa difendersi da alcuni ragazzi più grandi, che lo trascinano in bagno durante la ricreazione, gli tirano giù i pantaloni e gli fanno la stira tirando il suo affarino per farlo diventare più lungo. Dato che simile trattamento si ripete ogni giorno, Marco oltre alla paura di andare a scuola, teme di non poter mai accontentare una donna, stante la piccola dimensione del suo organo sessuale. Guardando spesso cassette porno, inoltre, confronta il proprio con quello altrui, rimanendo sempre più amareggiato. Con desolazione, ma nello stesso tempo, con dolcezza infantile, mi chiede: Che ne dici, crescerà ancora? La mamma, premurosa e protettiva, lo incoraggia dicendogli di non frequentare più i compagni cattivi che sono invidiosi, mentre il padre lo incita a rompere il muso a quei delinquenti senza badare a tante stupidate. Due messaggi nettamente contraddittori ed incomprensibili che alimentano ancora di più il problema del ragazzo.

Io sono furbo. E’ la frase che mi ripete Ales, giovincello di terza media che frequenta il mio studio per un’analisi della sua situazione scolastica molto scadente, piena di note e di richiami. Ales, è alto, forte e robusto. Pratica numerosi sport, nei quali deve assolutamente emergere e vincere. Se perde, aggredisce i suoi avversari accusandoli di avere avuto “una fortuna sfacciata”. Ritornando a casa aggredisce anche i genitori i quali non sanno più come comportarsi. Mentre la mamma lo “prega di stare calmo”, il padre lo punisce con sguardi e parolacce. Ales, con tono ironico ma fermo e risoluto, mi racconta le sue bravate come se fossero imprese eccezionali di cui andare orgoglioso, fra le quali, quella di aver infilato una cicca di sigaretta ancora accesa, lungo la schiena di un compagno del banco anteriore, accusando il suo vicino che, erroneamente, è espulso dall’aula. In seguito, “per colpa di uno str…. che ha fatto la spia”, afferma con rabbia, sono stato scoperto, ma “quello lì, me la pagherà. Io sono furbo”, so aspettare.

Due momenti di una stessa storia: il piccolo e il grande, la vittima e il bullo, il perseguitato e il persecutore. Un’azione aggressiva che opprime e una reazione passiva priva di difese che reprime: due modi di essere destinati a rendere infelici sia l’oppresso sia l’oppressore.Non si tratta, a questo punto, di sapere chi ha ragione e chi ha torto. Conviene, invece, interrogarsi sul modo in cui noi adulti presentiamo il mondo ai nostri figli i quali sono in nostra dipendenza almeno fino a che non conquistano l’uso autonomo della ragione e non sempre siamo in grado di prepararli a difendersi nel modo più giusto.

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