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FOLDER DELLE IDEE "PROBLEMI D'OGGI"
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Il Folder delle Idee
PSICOLOGIA E FILOSOFIA DELLA VITA (8) Di Giuseppe Staffolani
I processi di pensiero e le questioni di cuore Spesso, durante i vari percorsi d’analisi, mi sento dire: “Non sono mai andato da uno psicologo per paura ma questa volta ho deciso”. “Vorrei sapere come funziona questo mio cervello”. “Non so se amo mia moglie”. “ Non so se sono felice, ma esiste la felicità?”. “Non capisco più mio marito, sa solo offendermi”. “ Mia moglie è molto brava come madre, ma come amante è una delusione ed io ho bisogno di un’amante”. “Mio figlio è intelligente, eppure si comporta come un deficiente.”. “Io farei qualsiasi cosa con mia moglie, ma lei sarebbe così schizzinosa da toglierti il desiderio d’amare.”. “Mio marito è meraviglioso come uomo di famiglia, ma nell’intimità è uno strazio”. “La mente umana è un mistero e più ci pensi, meno la capisci” “Ma come si fa a capire mia moglie che ogni giorno cambia idea…e mi accusa di non essere normale perché io la penso sempre alla stessa maniera….ma le sembra un modo giusto di ragionare”? I processi mentali attraverso i quali si dispiega la nostra vita, sono veramente complicati e non sempre riusciamo a comprenderne l’organizzazione; per questo ciò che affermiamo noi sembra avere il sigillo della verità, mentre il pensiero altrui è sempre meno vero del nostro. Le dichiarazioni sopra riportate, ne sono testimonianza. Ma perché cadiamo in simili trappole accusando sempre gli altri di scarsa chiarezza? E’ una domanda difficile che presuppone un’analisi più complessa di quella che farò io, ma un’ipotesi di risposta, sebbene incompleta ed insufficiente, credo sia meglio di una non-risposta. Penso che i cosiddetti processi mentali che si sviluppano autonomamente nel nostro organismo, come l’attenzione, la percezione, l’apprendimento, la memoria, ecc, oltre a collegarsi alla nostra razionalità, si rapportano anche a tutto ciò che classifichiamo come questioni di cuore, e sono proprio queste ragioni di sensibilità e di sentimenti, che tolgono l’oggettività al nostro pensiero; una semplice simpatia o antipatia, infatti, sposta l’ago della bilancia e, anche per questo, la psicologia non può essere considerata una scienza esatta. Parlare di simili questioni in un mondo dominato dalla scienza, sembra un anacronismo perché, oggi, al cuore è stata restituita la sua vera funzione fisica di essere una semplice pompa che spinge il sangue in tutte le parti del corpo, mentre, per il comune sentire, esso è rimasto ancora sede degli affetti, dei sentimenti e dell’amore. Locuzioni ormai entrate nel gergo quotidiano ne esplicitano molto bene il significato: “A cuore aperto” (sinceramente), “col cuore in gola” (con ansia e agitazione), “col cuore in mano” (francamente), “cuor di leone” (carattere coraggioso), “cuore di coniglio” (pauroso e vile), “cuore di pietra” (insensibile e spietato), “cuore d’oro” (indole buona e generosa), “cuore infranto” (deluso), “cuore solitario” (persona sola e sentimentale). “Ti amo con tutto il cuore” (manifestazione di un gran sentimento). Si pensi che cosa accadrebbe se un innamorato dichiarasse alla propria donna: Ti amo con tutta la pompa del mio cuore, perché così egli dovrebbe dire, considerando che il corpo è semplicemente un insieme di tanti elementi sottoposti alla legge del movimento. Le varie interazioni fisiche, psichiche e psicologiche però, e questa è la mia ipotesi, coinvolgono i processi di pensiero nelle cosiddette ragioni di cuore. 1) L’attenzione in parole semplice è un’intensa applicazione della mente e un’acuta concentrazione dei sensi su qualcuno o su qualche cosa. E’ stato calcolato che il cervello umano potrebbe assimilare un numero più grande di nozioni se non fosse distratto dalle cosiddette cattive abitudini come: 1) avere pregiudizi nei riguardi di una persona che non si stima (l’ascolto, ma non la stimo o, mi è antipatica); 2) pensare ad altro mentre si finge di ascoltare (ascolto, ma penso alla gita in montagna o, alla mia ragazza); 3) forzare l’attenzione nell’ascoltare una persona che parla (non m’interessa ciò che dice, ma voglio criticarla). Usata in modo errato, l’attenzione non è in grado di assimilare il valore delle parole. Per una sua funzionalità produttiva, invece, è bene che si rispettino le classiche quattro fasi dell’elaborazione mentale. La prima è quella di udire bene le parole dell’interlocutore. La seconda è quella di interpretare il significato e il valore delle parole stesse. La terza è l’applicazione di una riflessione su ciò che è stato udito. La quarta è dare una risposta a quanto è stato detto. Non per nulla la parola attenzione deriva dal verbo attendere nel senso che è un processo interiore, attraverso il quale l’organismo, sottoposto a vari stimoli, risponde in maniera selettiva e preferenziale alle sollecitazioni che suscitano maggiore interesse; in altre parole, noi prestiamo maggiore attenzione alle cose che più c’interessano, perché più delle altre, appagano la nostra attesa. Attratti, per esempio, da due impulsi ugualmente intensi, come il guardare una bella donna o un'automobile, noi sicuramente concentriamo la nostra attenzione sullo stimolo che soddisfa più compiutamente il nostro bisogno. Da ciò è facile dedurre che la concentrazione attentiva investe sia l’attività visiva sia quella mentale, ma senza escludere tutte quelle variabili che sono dentro le questioni di cuore. Durante il liceo, per esempio, io amavo lo studio della filosofia perché ero attratto dall’insegnante di fronte alla quale volevo emergere per soddisfare le mie attese, che potevano essere semplicemente quelle di ricevere un sorriso o uno sguardo compiacente durante l’interrogazione. 2) La percezione è una registrazione mentale di esperienze intuitive e sensoriali per portare il mondo esterno dentro di noi, anche in modo ingannevole, come quando guardiamo fuori del finestrino di un treno in movimento e abbiamo la sensazione che tutti gli oggetti esterni si muovano. Al cinema vediamo le ruote di una carrozza girare in senso antiorario. Componendo un puzzle, ci accorgiamo che il colore dei singoli pezzi acquista dimensioni e colori del tutto nuovi non appena inseriti nel posto giusto. Un quadro ad olio, visto molto da vicino, sembra un’accozzaglia di grumi di colore. Le luci di un passaggio a livello sembrano andare in sù e in giù; in realtà, sono ferme. Persino nel campo intimo possiamo avere sensazioni ingannevoli. Molto spesso proviamo grande ammirazione e sensazioni di dolcezza per un bel corpo che ci sembra perfetto nelle sue forme e nelle dimensioni, ma poi, non riusciamo a godercelo al contatto, perché siamo disturbati dal modo con cui ci è offerto. Codesti inganni avvengono perché la percezione della realtà esterna è un processo interiore con il quale organizziamo informazioni che non appartengono solamente al campo visivo, ma anche a quello olfattivo, tattile, uditivo, emotivo e sentimentale. La percezione ha un significato molto esteso: vuol dire anche sentire con il corpo, intuire con la mente, comprendere con la ragione, amare. Negli anni venti è sorto in Germania un indirizzo psicologico denominato Psicologia della forma con lo scopo di trovare le leggi alla base dell’organizzazione percettiva i cui fondatori, Max Wertheimer, Wolfgang Kohler, Kurt Koffka, hanno affermato che la percezione del mondo è organizzata secondo leggi che seguono il principio della spontaneità, dell’economia, della regolarità e dell’omogeneità. Il tutto, afferma questa teoria, ha un valore più intenso della somma delle singole parti. Un gelato con più sapori (il tutto), per esempio, è più intenso di quello del solo gusto di cioccolato. Il punto di maggiore dissenso nello studio della percezione, è quello di stabilire se essa è una dotazione innata o acquisita attraverso l’esperienza. L’interpretazione innatista, sostiene la presenza nell’uomo di principi conoscitivi ereditati geneticamente, mentre quella empirista considera l’esperienza come unica fonte valida di conoscenza. In altre parole, i sostenitori dell’innatismo affermano che i nostri occhi sono stati predisposti, a vedere in modo stereoscopico e gli orecchi ad udire in modo stereofonico, mentre i sostenitori dell’empirismo affermano che questi due modi di vedere e di ascoltare si imparano attraverso l’esperienza. Chi ha ragione? Ogni scuola ha le proprie ragioni da difendere. Ritengo che la sintesi delle due tesi sia la soluzione migliore, perché è indubbio che la natura abbia predisposto l’uomo all’esercizio di tutte le sue funzioni, ma è altrettanto vero che l’esperienza distrugge, convalida ed affina, tutto ciò che la natura produce. Non bisogna dimenticare, però, che l’uomo vuole vedere ciò che gli piace e rifiuta di guardare ciò che non gli piace in base alle questioni di cuore che, di solito ci fanno sentire più importanti le cose più desiderate e, meno importanti, quelle che non soddisfano i nostri desideri. L’apprendimento è un processo di acquisizioni e di conoscenze destinato a modificare in modo temporaneo o durevole il comportamento. In prima elementare, per esempio, non sapevamo tenere una matita in mano né sapevamo leggere. Lentamente la nostra mano è diventata sempre più precisa, i nostri occhi hanno imparato a vedere le lettere dell’alfabeto una accanto all’altra, le nostre orecchie hanno ascoltato dalla maestra che due segni insignificanti come “M + A”, diventano “MA” e che, ripetendo due volte MA riemerge la parola magica, imparata nella prima infanzia, che ha provocato il sorriso amorevole della MAMMA. Oggi i bambini non seguono più questo procedimento perché leggono direttamente la parola intera per fare, poi, l’analisi dei singoli fonemi, ma il significato non cambia. Imparate le prime regole, leggiamo correntemente senza ricordare le insicurezze delle prime letture. Così pure, quando siamo al volante della nostra auto, inseriamo disinvoltamente le marce, mentre parliamo, dimentichi delle incertezze del primo giorno di guida. Che Cosa è successo? Innanzi tutto noi abbiamo imparato regole e significati poi, modificando permanentemente il comportamento grazie ai successivi apprendimenti, abbiamo acquistato molta più sicurezza, sia nei movimenti fisici, sia nelle nostre manifestazioni emotive. In un certo senso abbiamo anche automatizzato parte del nostro comportamento. Abbiamo, dunque, finito d’imparare? Sicuramente no, perché viviamo di fronte a stimoli continui che ci spingono ad acquisire nuove forme di sapere, per allietare la nostra vita. Dalla nascita alla morte grazie all’apprendimento, il nostro comportamento è coinvolto in un continuo processo di modificazioni e assestamenti che, ancora una volta, seguono le questioni di cuore, senza le quali l’apprendimento non è altro che un’acquisizione arida di dati e nozioni che costruiscono la parte razionale dell’uomo a scapito di quella emozionale. Le questioni di cuore addolciscono e facilitano il nostro apprendimento. 4) La memoria è un processo attraverso il quale riusciamo a conservare nella nostra mente le esperienze passate. Pensando al mio primo giorno di scuola di tanti anni fa, ho conservato nella mia memoria l’immagine della maestra che, nell’attesa di entrare in aula, mi accarezzava la testa stringendosela al seno. E’ un ricordo preciso, perché quel gesto mi donò serenità e tranquillità proprio in quel momento in cui, non so perché, mi sentivo smarrito. Quella carezza fu, per me, una iniezione di coraggio dalla quale appresi un principio che oggi definirei senso di solidarietà. Ripensando a quel momento, ancora oggi sento in me una salutare emozione, quindi posso affermare, con mia personale esperienza, che la memoria è la capacità di conservare ed evocare immagini del passato, che hanno fatto più presa sulle emozioni. Quella carezza mi diede sicurezza. Ricordo anche che alcuni compagni di scuola, dopo qualche giorno, mi prendevano in giro perché avevo le scarpe grosse, tanto che, tornando a casa, le gettai nelle immondizie guadagnandomi, in tal modo, una sgridata da parte della mamma che, recuperandole m’ingiunse, non per capriccio, ma per esigenze economiche, che l'indomani avrei dovuto rimetterle. Dove si conserva la traccia mnestica o, in modo più semplice, dov’è il posto della memoria? Tempo fa si pensava che fosse nella corteccia cerebrale, in quanto è la zona più recente e più evoluta del cervello,* ma studi recenti, hanno smentito tale principio e sembra che la memoria non abbia una particolare localizzazione, ma sembra che sia diffusa in numerosi circuiti o zone cerebrali. Sappiamo, però, che esiste una memoria a breve termine (MBT) e una a lungo termine (MLT). Nella memoria temporanea a breve termine, le informazioni si deteriorano rapidamente, mentre in quella a lungo termine, si conservano in modo più stabile. La maggior parte delle persone ricordano meglio la data del loro matrimonio, della nascita dei figli e dei compleanni delle persone più amate perché, le questioni di cuore, alimentando l’aspetto emozionale della vita soddisfacendo meglio il sentimento del ricordo. Perché dimentichiamo? Esistono diverse teorie, ma le due più note sono del decadimento e delle interferenze. La prima afferma che le tracce mnestiche decadono con il passar del tempo, mentre la seconda sostiene che le esperienze nuove si mettono in contrasto con quelle immagazzinate in precedenza e producono tanta confusione da far dimenticare le prime. Freud ha proposto la teoria della rimozione secondo la quale noi dimentichiamo tutto ciò che non ci fa piacere ricordare, com’è capitato, per esempio a molti soldati che, dopo combattimenti duri e pericolosi, hanno dimenticato gli avvenimenti più sconvolgenti. Questo principio dimostra che le questioni di cuore servono anche per dimenticare. L’ansia è un’altra causa delle nostre dimenticanze. Con l’ansia di arrivare puntuali ad un appuntamento, per esempio, si dimentica un documento essenziale. Uno stato ansiogeno, quindi, non procura nessun beneficio alla memoria. Molti studenti a causa dell’ansia di prestazione, falliscono un esame universitario. Si possono migliorare i processi di pensiero? La pedagogia sostiene che il peggioramento del pensiero di solito, è attribuito alla cattiva volontà o alle brutte abitudini, mentre il miglioramento è attribuito alla buona volontà e alle buone abitudini. Simile modo di ragionare, però, non produce nulla di nuovo, in quanto premessa e conclusione sono ovvie. Per migliorare i nostri processi di pensiero occorre, invece, imparare ad usare il cervello in maniera più funzionale e diversa dal modo in cui c'è stato sempre insegnato. Bisogna scavare in esso per chiedersi il perché delle cose e abilitarlo a compiere azioni nuove con senso di misura, responsabilità e creatività. Buon maestro è chi insegna poco, ma abilita lo studente a saper usare il proprio cervello. Il cervello – afferma il Bandler - è come una macchina alla quale manchi un interruttore con la posizione di “spento”. Se non gli si dà qualcosa da fare non fa altro che continuare a girare, e alla fine si annoia. Nel testo citato in appendice, il Blander illustra una serie di giochetti mentali per esercitare il nostro organo cerebrale ad assumere posizioni diverse da quelle tradizionali alle quali è stato allenato. Ecco qualche esempio. Non vi siete mai sentiti dire, per esempio, che bisogna essere se stessi? Ebbene, risponde il Bandler, se con l’essere “se stessi” avete fatto soffrire, la moglie, il marito, i figli, i genitori, non è meglio diventare altro da sé per evitare di far soffrire qualcuno? E che cosa fare di fronte alle fobie, ossessione di cui tutti vorrebbero liberarsi? Prendiamo ad esempio l’aracnofobia (paura dei ragni). C’è, forse, qualcuno cui piace vedere il pancione nero di un ragno che ti sbatte in fronte? Sicuramente no, e allora, perché liberarsene? Il cervello che impara dall’esperienza, ha fissato nella memoria questo apprendimento in maniera ineludibile, proprio per difendersi dalla visione di uno spettacolo non gradevole. Perché, allora, cancellare questo meccanismo di difesa, che ci aiuta a vivere meglio? In altre parole: per migliorare i processi di pensiero è necessario cambiare gli schemi mentali e, spesso anche le fobie possono aiutarci a capire chi siamo, ma noi dobbiamo imparare a leggerci * Vedi in archivio Psicologia in parole semplici: tre cervelli(5) Letture consigliate: Ornstein, E.Robert, La psicologia della conoscenza, Angeli, Milano, 1978. Staffolani, G., Psicologia e Processi formativi, Centro Programmazione Editoriale, San Prospero,(MO)1972. Wertheimer. M., Il pensiero produttivo, Giunti- Barbera, Firenze,1965. Katona, G., Memoria e organizzazione, Giunti-Barbera, Firenze,1972 Guillaume, P., La psicologia della forma, Giunti-Barbera, Firenze,1963, Bandler, R., Usare il cervello per cambiare, Astrolabio, 1986, Roma
Suggerimenti per una discussione
Rifletti su tutto ciò che i tuoi maestri ti hanno insegnato./ Hai accettato sempre tutto o hai messi in discussione i loro insegnamenti?/ Hai manifestato interesse o sei stato sempre distratto./ Hai saputo sfruttare con impegno i tuoi processi scolastici?/ Ritieni che avresti potuto sfruttare meglio il tempo del liceo e dell’Università?/ Racconti qualche esperienza, anche negativa, ai tuoi figli?/ Se non l’hai mai fatto, provaci./ Hai abilitato il tuo cervello a compiere azioni costruttive?/ Se non l’hai fatto, non arrenderti./ Hai uno schema mentale rigido o flessibile?/ Prova ad usare il tuo cervello in maniera diversa dal consueto. Hai imparato a leggerti? |
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