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Caso Barbara

di Giuseppe Staffolani

L'AUTOMOBILE NON FA PIU'PER ME: sono le parole di una mia cliente quarantenne, bella presenza, rappresentante in prodotti di bellezza femminile, affetta da amaxofobia traumatica a seguito di un incidente automobilistico in cui ha perso la vita il marito. 

Mentre racconta la sua storia, la signora presenta sudorazione alle mani, stato di ansia continuativa e si esprime con parole agitate e confuse ogni qual volta deve nominare la parola "lavoro". Di questo, infatti, si tratta. Per i suoi spostamenti deve essere in grado di guidare, ma appena guarda la propria auto ha i classici sintomi di un attacco di panico che le impediscono di salire.

La sua vita è del tutto compromessa dal trauma che ha causato la sua fobia e dal fatto di non essere più in grado di modificare le abitudini per svolgere la propria attività lavorativa. Si chiude in casa evitando il contatto con le amiche e le clienti alle quali, quando le capita d'incontrarle, deve raccontare spasmodicamente la solita storia dell'incidente, pur sapendo che, alla fine, ne trae un dolore stressante.

L'automobile per lei è un bisogno economico e un desiderio voluttuario: il primo rappresenta dovere e necessità, il secondo, piacere ed appagamento dei sensi e lei si sente dentro questa morsa che non la lascia libera di agire. Da questa situazione emerge ansia, paura, rifiuto e disperazione. 

Insieme abbiamo deciso di adottare alcune terapie distensive, ma nonostante la sua partecipazione, non abbiamo ottenuto risultati apprezzabili. Durante una seduta di training, per esempio, la signora risvegliatasi da un benefico torpore durante il quale aveva sentito il calore del suo corpo e la pesantezza delle mani, sobbalza sulla poltrona, affermando affannosamente di aver rivisto il camion venirle addosso. In una visualizzazione, anziché allontanarsi dalla scena dell'incidente, la sua mente le ripresenta i meccanismi che lo avevano causato tra i quali, le ultime parole del marito: "Quel camion ci viene addosso".

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